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ISOLA DI SAN NICOLA

San Nicola è l'isola madre, l'isola storica perché toccata da tutti gli avvenimenti qui scaturiti. L'isola prende il nome da una cappella costruita da un eremita, forse dal nome Nicola, oppure dal nome del santo marinaro.

San Nicola è abitata da sempre, mostra nella parte più alta le sue svariate costruzioni. Unica porta di ingresso per la salita è quella nei pressi del porticciolo. La prima rampa di salita è protetta da un muro con una serie di feritoie distanziate che controllavano il mare aperto. Si arriva alla Torre dei Cavalieri del Crocifisso. Un bell'architrave in pietra con una scritta scolpita, ancora leggibile. La scritta dice: "Coteret e confriget", spezzerà e stritolerà chi varcherà la soglia.

E' questo un monito lasciato dai Lateranensi, terzo ordine, giunto alle Isole Tremiti nel 1412 da San Frediano di Lucca. A lato due fregi scolpiti: uno ricorda, con un elmo, le forze veneziane e cristiane, e l'altro, con una scimitarra incrociata ad un arco, le forze degli infedeli. Nel portico sottostante c'è la Cappella di Santa Maria delle Grazie detta di Mittigradi. Questa statua, non molto grande, viene portata in processione il 15 agosto per la festa di Santa Maria a Mare, l'Assunta patrona delle isole. All'uscita della Torre, dove inizia la seconda rampa diagonale, c'è una bella chiave di volta con il simbolo dell'abbazia tremitese e porta la data del 1512.

Al termine della seconda rampa è la Torre del Pennello. All'interno si nota la porta d'ingresso di una stanza dove gli stranieri erano invitati a depositare le armi prima di varcare la soglia dell'abbazia. Più avanti a sinistra, il bastione del cannone, zona questa munita di pezzi di artiglieria fin dal 1557, contro le galee turche di Solimano II°, fino ad ospitare un cannone durante la Seconda Guerra Mondiale. Una zona in leggera salita ci mostra Corso Diomede, il centro dell'abitato di San Nicola. Le Isole Tremiti furono adoperate quale luogo di deportazione da Ferdinando I di Borbone. Anche i Sabaudi vi deportarono, ai tempi della guerra libica, tre ras con le loro famiglie. Tutti morirono per una epidemia di tifo petecchiale e furono sepolti al Campo di Marte.

Anche i fascisti utilizzarono le isole, dal 1940 al 1943, come luogo di confino politico. Questi tristi trascorsi, sono ricordati da un monumento in bronzo, al perseguitato politico, dello scultore Raffaello Fienga. Sul fondo di Corso Diomede, a difesa dell'abbazia, sorgono le mura e il Torrione Angioino, donato ai monaci cistercensi da Carlo II° d'Angiò nel 1294. Dall'alto della torre angioina si gode lo splendido paesaggio dei canali di mare sottostante, San Domino, Cretaccio e lo scoglio della Vecchia. Oltrepassata la porta, si giunge alla loggia della cisterna della Meridiana, per la raccolta delle acque piovane, un tempo di fondamentale importanza vista la mancanza, sull'isola, di sorgenti d'acqua dolce.

Partendo dalla cisterna della Meridiana, ci si trova davanti all'unica scalinata dell'isola, che reca sull'ultimo gradino, la data del restauro borbonico, 1792. Qui la meravigliosa facciata della chiesa di S. Maria a Mare, in stile romanico, fu costruita in perlinato svevo nel 1473. Elemento architettonico predominante è il portale. In alto, sul baldacchino, campeggia un medaglione con la Vergine Assunta; in basso nelle quattro nicchie, le statue di San Pietro, San Paolo, San Giovanni e Sant'Agostino. La facciata della chiesa mostra ancora i segni delle cannonate inglesi del 1807.

L'interno della chiesa è a tre navate. All'inizio della navata destra, si può ammirare una croce lignea dipinta, preziosa opera d'arte di eccezionale valore storico-artistico, essendo l'unico esemplare della tradizione iconografica greco-bizantina rinvenuta in Italia. In fondo la statua di Santa Maria a mare con Gesù Bambino in braccio, con il viso e le mani di colore bruno, certamente proveniente da Costantinopoli. Nella navata centrale il soffitto ligneo con decorazione barocca del 1755, raffigura l'assunzione di Santa Maria Vergine.

Sull'altare maggiore, vi è un grande polittico ligneo, opera risalente al Quattrocento ad opera di artisti veneziani. Un mosaico benedettino del 1405, mostra un bellissimo medaglione centrale con un grifo, e poi, grandi animali tra festoni floreali e riquadri geometrici. Su un lato del riquadro si notano pesci e negli angoli, quattro diomedee, uccelli che ricordano il mito dei greci. I compagni di Diomede alla morte dell'eroe, furono mutati in uccelli, i quali, nel buio delle notti, piangono per la morte del loro re. Dopo la visita alla chiesa, uscendo a destra, si imbocca un portale che immette il visitatore nel primo chiostro, il più antico. Sul pozzo l'effige della diomedea e la data del restauro borbonico, 1793. Ai Lateranensi, giunti nel 1412, spetta il merito di aver ampliato il monastero, con un colonnato ionico che è sormontato da medaglioni raffiguranti scritte, stemmi, fiori. Uno di questi porta la data del compimento dell'opera, 1546.

Ultimo baluardo di difesa è il torrione dei Cavalieri di San Nicolò. Una lunga scalinata coperta da un'altissima volta a botte, conduce alla camera militare del torrione. Scendendo su un viottolo, si costeggia la base del grande torrione e si giunge al restringimento dell'isola detta la Tagliata, dove i frati scavarono questa strozzatura per meglio difendere l'abbazia. I frati vanno anche ricordati per la tenacia e l'eroismo con il quale fronteggiarono gli assalti dei pirati e quello più drammatico di Solimano II del 5 agosto 1557.

Al di là delle opere di fortificazione, si estende la zona archeologica, con un'ara con rivestimento in opus reticolatum. E' questo il regno del mito, della leggenda, delle diomedee. Alle Tremiti approdò Diomede reduce dalla guerra di Troia, e qui l'eroe di Argo morì. I compagni eressero un sepolcro a tholos, ombreggiato da platani e tutt'intorno le tombe a forma geometrica per l'intero contingente militare. Di poco a lato c'è un'altra sepoltura, tomba identificata nella tradizione a Giulia, nipote dell'imperatore Augusto, condannata all'esilio per adulterio.

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